Gira in rete un comunicato delle ONG italiane che offrono spunti di riflessione in merito alla riforma della scuola varata dal governo Berlusconi. La pubblico volentieri: ho due bimbi piccoli e come è ovvio l’argomento mi tocca davvero da vicino.
Quando abbiamo dovuto scegliere la scuola dove mandare i bambini una delle componenti che abbiamo preso in considerazione è la presenza o meno di bambini stranieri: la paura era quella iscrivere i bambini ad una scuola dove ci fossero soltanto “indigeni”. Se la realtà di una città come Brescia, dove 16% della popolazione è immigrata, è la realtà in cui i miei figli cresceranno, credo che sia fondamentale che gli istituti formativi che li seguiranno nel corso della loro crescita scolastica ragionino in relazione al reale e non a un mondo che non c’è più.
Dai tempi dell’università sono sempre stato vicino al mondo dell’immigrazione, mi ha sempre interessato viaggiare per conoscere stili di vita e culture diverse dalla mia, affascinato dalla ricchezza di risorse che la specie uomo sa mettere in campo nelle più svariate sfide per la sopravvivenza, sia nel mondo dei ricchi che in quello al sud del mondo.
Ciò nonostante mi accorgo ogni volta come senta sempre una distanza rispetto a persone che parlano una lingua diversa, dal colore della pelle diverso, un po’ come quel bambino Burkina Be che nel cuore dell’Africa nera vedendomi scappò spaventato dalla madre urlando “Le Blanche, Le Blanche”.
Penso di non dovermene vergognare, credo che sia una cosa naturale: quando ero piccolo non era possibile avere contatti con persone venute da altri paesi e da altre culture e l’abitudine alla diversità non l’ho imparata in quel particolare periodo dalla vita.
Al contrario vedo che i ragazzini di oggi passeggiano per il corso di Brescia tenendosi stretti nella “compa” di amici e non sono tutti dello stesso colore, sono mescolati, ma tutti parlano con lo stesso marcatissimo accento. Sono cresciuti insieme e quella che è la diversità che tanto spaventa i fruitori dei TG per loro è la normalità.
Quando penso ai miei bambini e cosa faranno da grandi mi rendo conto che difficilmente potranno rifugiarsi in un piccolo mondo, ma se vorranno avere una vita professionale di soddisfazione avranno a doversi confrontare con un mercato del lavoro come minimo Europeo. Non voglio che si trovino come il padre a dover fare i conti con un imprinting arretrato e limitante, preferirei che possano formarsi in istituzioni scolastiche che guardino con entusiasmo ad un mondo in trasformazione e ragionino in prospettiva futura, non sogando un mondo che non c’è più.
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